Precarietà: la scarpa non è più d’accordo col piede

By 31 Maggio 2018 4 Dicembre, 2019 Articoli

Allacciare i rapporti, affezionarsi, entrare in empatia con il prossimo e la precarietà, cosa hanno in comune?
Una riflessione di Andrea Bajani, scrittore, “La precarietà degli affetti”.

La prima volta che ho parlato con un direttore del personale mi ha detto: «Le do un consiglio: non si affezioni a nessuno». Era il 1999, mi ero laureato da poco, e il tempo che avevo lo impiegavo per il 50% a cercare un lavoro e per l’altro 50 a tenere in piedi i lavoretti con cui mi barcamenavo. (…) Quando il direttore del personale mi aveva dato quel consiglio (consiglio che io, avevo pensato, avrei dato soltanto a un plotone di reclute in partenza per il fronte) avevo chiesto: «Perché?». Il direttore del personale aveva fatto il giro della scrivania, mi aveva dato una pacca sulla spalla, una stretta di mano, e poi mi aveva detto: «È un discorso troppo lungo, lo capirà da solo». (…) 


L’espressione “allacciare rapporti” è quella che secondo me illustra di più la natura dei legami: allacciare una persona a un’altra, come fa la scarpa col piede, diventare complementari. Il «Non si affezioni a nessuno» nega tutto ciò, perché sottende la riduzione di una relazione alla sola funzionalità, elimina il camminarci dentro, la scarpa. Elimina il fatto che a camminarci dentro per un po’, il piede si conquista la scarpa, la piega alla propria conformazione, alla postura, al calore, la rende affezionata, in qualche modo. Ma il mio direttore del personale parlava di rapporti di lavoro, non di scarpe da allacciarsi intorno ai piedi e vedere come stanno. E, ripeto, è bastato poco per capire quale fosse il significato di quell’invito a non affezionarsi a nessuno. (…) 


Voglio dire, io credo che alla base ci sia un’idea diversa del lavoro, che ha smesso di essere una garanzia perché si è innestata un’ideologia che tende a trasformare il rischio in un valore, l’incertezza in un paradigma di sviluppo. E non solo nel mondo del lavoro. È un’ideologia che tende a trasmettere l’idea che ciò che è a rischio, ciò che è a scadenza, ciò che succede solo una volta, ha un valore infinitamente superiore a ciò che si consolida, che sta lì da tempo. Proprio per la sua natura di eccezione, di eccezionalità.

Quel modo di lavorare nevrotico, quei rapporti sempre più funzionali tra le persone, nelle aziende, riguardano sempre di più tutti i lavoratori che ci lavorano dentro, stabili o precari che siano. lo credo che questo sia un cambiamento epocale, nel modo di percepire il lavoro e i rapporti di lavoro. Da sempre il lavoro è stato un grande vettore di socialità, ora sta smettendo di esserlo.

I momenti di socialità li decide l’azienda, li convoca, allestendo grotteschi momenti di festa aziendali, in cui tra palloncini, torte coi nomi, power point euforici, abiti casual e mariti e mogli addobbati per l’occasione, si chiede ai dipendenti di scambiarsi vistosi segni di pace, a suggello della politica di socialità che l’azienda porta avanti. Una socialità sbandierata, comunicata, fatta pubblicità. Questo mi sembra stia succedendo nei rapporti tra le persone in ufficio. E con ogni evidenza è ben diverso dall’idea di allacciare rapporti, è ben diverso da quello che fa la scarpa col piede.

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